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Faccia a Faccia

L'ARTE COME AZIONE COMUNITARIA: UN AMORE POLITICO

È l'ascolto che sta all'inizio di un'opera d'arte, l'ascolto di una storia, di un racconto. Ma le opere nascono anche da un percorso culturale che ci apre un varco nel pensiero e ci costringe a ri-dire, ri-trovare il senso profondo del proprio lavoro. Arrivato alla maturità della vita ho potuto ripensare il mio lavoro di cesellatore e di scultore. La testa e le mani sono collegate, lo sappiamo bene, ma ci accorgiamo di questo fatto quando nel creare un'opera si è costretti a pensare e ri-pensare. Da alcuni anni ho posto al centro della mia riflessione il volto dell'altro, perchè un volto è dire un Tu, creare una relazione, un dialogo. Questo mi ha permesso di passare da una preoccupazione prevalentemente estetica, ad una visione sempre più etica nel concepire l'arte della scultura. Questo passaggio estetica-etica si compie quando si passa all'azione. Di fronte a questi interrogativi ho sentito l'urgenza di allestire dei laboratori di manipolazione della creta, attuando percorsi di accoglienza reciproca alla riscoperta dei volti: un "faccia a faccia", dove ognuno, modellando il volto dell'altro, percepisce un oltre, nella consapevolezza che l'altro lo riguardi nel rispetto della sua alterità.

La prima esperienza laboratoriale, dove il volto dell'altro divenne azione, fu nel 2012 in Piazza San Nicolò all'Arena a Verona. Una piazza che da giorni era occupata da migranti "clandestini", giovani marocchini e tunisini che chiedevano un permesso di soggiorno per continuare a esistere, per riprendere un lavoro dignitoso, per non sentirsi esclusi. In quei giorni, l'argilla, trasformata in volti, è stata voce senza suono dei sommersi e dei senza nome. La lingua della scultura era il volto ad altezza dei nostri visi, dove in due ci si premurava di ritrovare la forma del volto dell'altro, tu il mio e io il tuo, guardandosi con calma, scrutandosi, scoprendo l'altro e facendo scoprire all'altro pieghe e ombre tralasciate. La piazza si riscoprì agorà, luogo di incontro, dialogo, memoria, scambio vitale, confronto politico e dialettico, partecipazione e rabbia. Una piazza non più estranea, spazio urbano anonimo, a volte volutamente sottovalutata dalla politica, senza volto e priva di memoria popolare, ma una piazza dove è stato possibile, attraverso l'arte, ricordare di essere partecipi di una umanità a volte fragile, bisognosa dello sguardo dell'altro per ritrovar sè stessa.

Riportare l'azione dell'arte nelle piazze, reagire agli eventi che accadono con l'arte, è contribuire ad accrescere la coscienza civile e prendere atto che qualsiasi distruzione può essere ricomposta da una azione creativa, "un'Azione Comunitaria." In questo senso si potrebbe dire che l'arte è un fatto politico non per la sua strumentalizzazione ai fini di asfittiche ideologie, ma per l'azione con la quale si prende cura e fa rinascere il mondo.

Prima dei NOMI i CORPI

Quelle della scuola di "Asinitas" a Roma sono state esperienze che mi hanno investito come un uragano, inaspettate, dove il mio volto, tra rifugiati, richiedenti asilo e migranti si è risvegliato. Venni accolto da un arcobaleno di volti nella grande sala dai mille colori. Un luogo, una scuola, dove i corpi degli uomini, delle donne e dei ragazzi, ogni mattina, formano un cerchio e tenendosi per mano, si passano la scintilla della vita, ricercano la propria forma, quella vicina ai propri desideri. Uno spazio di attesa e di ascolto di tempi propri, di riflessione, di riattivazione e di crescita delle proprie capacità. Uno spazio di vera alteritã dove prima ancora dei nomi vengono i corpi ma soprattutto i Volti e dove il prendersi cura contiene nella sua essenza il primato del volto:" Il Volto dell'Altro è un continuo appello che ci chiama a prenderci Cura della sua esistenza" (Lèvinas). La "Cura" come carezza che sfiora il volto, come l'accarezzare il corpo del sofferente, apre la via al l'urgenza di plasmare la creta. E così, nel grande parco Schuster a San Paolo fuori le Mura, le nostre mani " come Delta in cui molta vita confluiva da lontane origini per riversarsi nella grande corrente dell'azione" (RILKE), cercavamo nella creta il volto dell'altro in tutta la sua nudità. Sono stati giorni di intenso lavoro dove i volti dei ragazzi/e migranti si intrecciavano in un grande abbraccio con i cittadini romani che avevano preso parte all'iniziativa. Volto contro Volto cercando l'altro nella sua alterità. L'arte divenne un mezzo per ripensare le relazioni.

LE BUONE PRATICHE

Ora sono a Napoli dove è nato nel 2014 qualcosa di Nuovo, di Forte, di Simbolico. Grazie all'amico Alex Zanotelli ho incontrato nella città partenopea lo scultore, architetto e design Riccardo Dalisi (compasso d'oro alla carriera) che ha dato vita, nella chiesa del Rifugio (via Tribunali 188), al laboratorio per la lavorazione della latta e di altri materiali poveri "L'Avventura di Latta". Il laboratorio coinvolge una decina di migranti di origine africana che lavorano i metalli, divisi tra rifugiati politici e economici. Riccardo Dalisi racconta che sono Persone che si trovano in condizione di emarginazione e di esclusione. Ecco le sue parole: " Quello che con il Laboratorio "L'Avventura di Latta" è stato messo in moto dimostra che è possibile dare inizio ad un percorso di integrazione non solo culturale. Questo illumina una possibilità ancora da scoprire. La creatività non ha limiti, non ha confini, non ha chiusure. Abbiamo fiducia in una sorta di "terza sponda" dell'economia che è l'artigianato alleato dell'arte che riscopre e alimenta la manualità in tutte le sue potenzialità(anche terapeutiche) e lavora in una direzione di un Nuovo sistema produttivo con richiami a valori e sentimenti di solidarietà, di "simpatia", di equità e di rispetto dell'uomo, della città e della natura."

Oggi il laboratorio è una realtà. L'architetto Marco Cecere lo dirige, Riccardo Dalisi non fa mancare il suo sguardo paterno. I migranti che lo frequentano sono motivati, le persone che in questi mesi si sono avvicinate alla loro produzione stanno dando un contributo a generare lavoro con commesse continue. È un dono alla città dove si è innestata una traccia di una possibile vera integrazione. Ho accolto la richiesta di approfondimenti e specializzazioni iniziando con loro un cammino dove artigianato artistico e scultura possono fondersi. Il sogno di poter consegnare la mia esperienza di cesellatore e sbalzatore di metalli si fa carne in una città meticcia come Napoli, la cui storia e fisionomia si sono costruite metabolizzando culture ricchissime e innovative di origine e natura differenti, dall'Africa al Nord Europa. Fra qualche giorno ritornerò a Napoli, crocevia, luogo di incontro e di confluenza di culture diverse, di Persone, sensibilità e "anime" che praticano la forza e il dinamismo che nasce dall'unione delle diversità. Cercherò di condividere e importare le "Buone Pratiche", e chissà, forse un giorno non lontano, potremo anche noi, riparando, innestando, seminando e mescolando, fare della nostra città un luogo di incontro e di confluenza di culture traendo da esse humus e nutrimento per rinnovarci senza dimenticarci.

Marco Danielon

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