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Cittadinanza Attiva

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MA NOI CONTINUIAMO A CREDERCI

La Nazione è un concetto così complesso... L'Italia ha subito molti scossoni nel corso della nostra vita vissuta: la guerra fredda, il terrorismo, tangentopoli, le stragi di mafia, la bolla della new economy, ma ha sempre trovato una classe dirigente che, magari all'ultimo istante, come accadeva con i gol di Baggio ai mondiali, riusciva a trovare una soluzione.

Questa volta è più difficile, non perché scarseggino le soluzioni, ciò che appare venir meno è una classe dirigente generosa, che non abbia smarrito il senso dello Stato.

Noi siamo persone normali che vivono nelle periferie di città marginali, ma ci terremmo a far sapere che, mentre tutto volgeva in un'altra direzione e molti immaginavano che i soldi potessero acquistare la felicità, siamo, nel tempo, rimasti coerenti a pensare differente.

Non vorremmo si sottovalutasse che i pensieri contano e noi, modestamente, ne condividiamo più di uno coltivato assieme negli anni e siamo convinti possano tornare utili in questo momento così burrascoso.

C'è da domandarsi che senso abbia passare una vita a custodire un pensiero, oggi che tutto è così effimero... E' come ammirare, sperando che non si spenga, una lucciola dentro ad un barattolo di vetro. La meraviglia sta nel fatto che non ci siamo mai stancati di osservarla e la lucciola, paziente, è ancora là che brilla e ci chiede di liberarla.

Bene, è giunta l'ora di farlo.

Non abbiamo ceduto:

Né all'ideologia liberista, quella del mercato che si autoregola, dei ricchissimi e dei poverissimi, del disastro sociale che è davanti ai nostri occhi.

Né all'ideologia sovranista, quella dei muri alti, dei “noi” e dei “loro”, che già in Europa ha portato a due guerre mondiali, poi a quella dei Balcani e alla guerra civile in Ucraina.

Né all'ideologia statalista e marxista, che ha promesso il paradiso in Terra e invece, la dove è stata “realizzata”, ha strozzato ogni libertà.

Né alla cosiddetta Democratura, Democrazia + Dittatura, dove si erge il mito dell'uomo forte, che risolve i problemi (forse), mentre riempie sicuramente le prigioni.

Né alla religione che si fa Stato e in nome della divinità commette ogni nefandezza.

Né infine all'ideologia del niente, il populismo che approfitta dell'ignoranza per acquisire potere e poi non è in grado di governarlo perché non possiede le basi culturali e politiche, tantomeno la progettualità per costruire il futuro.

Siamo consci invece che le persone hanno bisogno degli altri per vivere decentemente. Le buone relazioni, il parlare ed essere ascoltati/e, venire riconosciuti/e per strada, aiutati/e non per un moto di pietà ma da una mano tesa in un gesto di reciprocità, sono il sale, se non il senso, della vita.

Non essere soli/e vale molto di più di uno Yacht ormeggiato a Montecarlo.

Parole come cultura, responsabilità e sacrificio non sono un attentato alla felicità facile, o alla libertà, ma sono le fondamenta di ogni convivenza civile e di ogni speranza per il domani.

Questo nostro pensiero si chiama Comunità e intendiamo investire, oggi ancora con più forza, in questo progetto associativo, nonostante siamo solo un granello di senapa nel grande campo della vita.

Marisa Sitta

Mauro Tedeschi

CO-Presidenti dell'Associazione Azione Comunitaria

Faccia a Faccia

L'ARTE COME AZIONE COMUNITARIA: UN AMORE POLITICO

È l'ascolto che sta all'inizio di un'opera d'arte, l'ascolto di una storia, di un racconto. Ma le opere nascono anche da un percorso culturale che ci apre un varco nel pensiero e ci costringe a ri-dire, ri-trovare il senso profondo del proprio lavoro. Arrivato alla maturità della vita ho potuto ripensare il mio lavoro di cesellatore e di scultore. La testa e le mani sono collegate, lo sappiamo bene, ma ci accorgiamo di questo fatto quando nel creare un'opera si è costretti a pensare e ri-pensare. Da alcuni anni ho posto al centro della mia riflessione il volto dell'altro, perchè un volto è dire un Tu, creare una relazione, un dialogo. Questo mi ha permesso di passare da una preoccupazione prevalentemente estetica, ad una visione sempre più etica nel concepire l'arte della scultura. Questo passaggio estetica-etica si compie quando si passa all'azione. Di fronte a questi interrogativi ho sentito l'urgenza di allestire dei laboratori di manipolazione della creta, attuando percorsi di accoglienza reciproca alla riscoperta dei volti: un "faccia a faccia", dove ognuno, modellando il volto dell'altro, percepisce un oltre, nella consapevolezza che l'altro lo riguardi nel rispetto della sua alterità.

La prima esperienza laboratoriale, dove il volto dell'altro divenne azione, fu nel 2012 in Piazza San Nicolò all'Arena a Verona. Una piazza che da giorni era occupata da migranti "clandestini", giovani marocchini e tunisini che chiedevano un permesso di soggiorno per continuare a esistere, per riprendere un lavoro dignitoso, per non sentirsi esclusi. In quei giorni, l'argilla, trasformata in volti, è stata voce senza suono dei sommersi e dei senza nome. La lingua della scultura era il volto ad altezza dei nostri visi, dove in due ci si premurava di ritrovare la forma del volto dell'altro, tu il mio e io il tuo, guardandosi con calma, scrutandosi, scoprendo l'altro e facendo scoprire all'altro pieghe e ombre tralasciate. La piazza si riscoprì agorà, luogo di incontro, dialogo, memoria, scambio vitale, confronto politico e dialettico, partecipazione e rabbia. Una piazza non più estranea, spazio urbano anonimo, a volte volutamente sottovalutata dalla politica, senza volto e priva di memoria popolare, ma una piazza dove è stato possibile, attraverso l'arte, ricordare di essere partecipi di una umanità a volte fragile, bisognosa dello sguardo dell'altro per ritrovar sè stessa.

Riportare l'azione dell'arte nelle piazze, reagire agli eventi che accadono con l'arte, è contribuire ad accrescere la coscienza civile e prendere atto che qualsiasi distruzione può essere ricomposta da una azione creativa, "un'Azione Comunitaria." In questo senso si potrebbe dire che l'arte è un fatto politico non per la sua strumentalizzazione ai fini di asfittiche ideologie, ma per l'azione con la quale si prende cura e fa rinascere il mondo.

Prima dei NOMI i CORPI

Quelle della scuola di "Asinitas" a Roma sono state esperienze che mi hanno investito come un uragano, inaspettate, dove il mio volto, tra rifugiati, richiedenti asilo e migranti si è risvegliato. Venni accolto da un arcobaleno di volti nella grande sala dai mille colori. Un luogo, una scuola, dove i corpi degli uomini, delle donne e dei ragazzi, ogni mattina, formano un cerchio e tenendosi per mano, si passano la scintilla della vita, ricercano la propria forma, quella vicina ai propri desideri. Uno spazio di attesa e di ascolto di tempi propri, di riflessione, di riattivazione e di crescita delle proprie capacità. Uno spazio di vera alteritã dove prima ancora dei nomi vengono i corpi ma soprattutto i Volti e dove il prendersi cura contiene nella sua essenza il primato del volto:" Il Volto dell'Altro è un continuo appello che ci chiama a prenderci Cura della sua esistenza" (Lèvinas). La "Cura" come carezza che sfiora il volto, come l'accarezzare il corpo del sofferente, apre la via al l'urgenza di plasmare la creta. E così, nel grande parco Schuster a San Paolo fuori le Mura, le nostre mani " come Delta in cui molta vita confluiva da lontane origini per riversarsi nella grande corrente dell'azione" (RILKE), cercavamo nella creta il volto dell'altro in tutta la sua nudità. Sono stati giorni di intenso lavoro dove i volti dei ragazzi/e migranti si intrecciavano in un grande abbraccio con i cittadini romani che avevano preso parte all'iniziativa. Volto contro Volto cercando l'altro nella sua alterità. L'arte divenne un mezzo per ripensare le relazioni.

LE BUONE PRATICHE

Ora sono a Napoli dove è nato nel 2014 qualcosa di Nuovo, di Forte, di Simbolico. Grazie all'amico Alex Zanotelli ho incontrato nella città partenopea lo scultore, architetto e design Riccardo Dalisi (compasso d'oro alla carriera) che ha dato vita, nella chiesa del Rifugio (via Tribunali 188), al laboratorio per la lavorazione della latta e di altri materiali poveri "L'Avventura di Latta". Il laboratorio coinvolge una decina di migranti di origine africana che lavorano i metalli, divisi tra rifugiati politici e economici. Riccardo Dalisi racconta che sono Persone che si trovano in condizione di emarginazione e di esclusione. Ecco le sue parole: " Quello che con il Laboratorio "L'Avventura di Latta" è stato messo in moto dimostra che è possibile dare inizio ad un percorso di integrazione non solo culturale. Questo illumina una possibilità ancora da scoprire. La creatività non ha limiti, non ha confini, non ha chiusure. Abbiamo fiducia in una sorta di "terza sponda" dell'economia che è l'artigianato alleato dell'arte che riscopre e alimenta la manualità in tutte le sue potenzialità(anche terapeutiche) e lavora in una direzione di un Nuovo sistema produttivo con richiami a valori e sentimenti di solidarietà, di "simpatia", di equità e di rispetto dell'uomo, della città e della natura."

Oggi il laboratorio è una realtà. L'architetto Marco Cecere lo dirige, Riccardo Dalisi non fa mancare il suo sguardo paterno. I migranti che lo frequentano sono motivati, le persone che in questi mesi si sono avvicinate alla loro produzione stanno dando un contributo a generare lavoro con commesse continue. È un dono alla città dove si è innestata una traccia di una possibile vera integrazione. Ho accolto la richiesta di approfondimenti e specializzazioni iniziando con loro un cammino dove artigianato artistico e scultura possono fondersi. Il sogno di poter consegnare la mia esperienza di cesellatore e sbalzatore di metalli si fa carne in una città meticcia come Napoli, la cui storia e fisionomia si sono costruite metabolizzando culture ricchissime e innovative di origine e natura differenti, dall'Africa al Nord Europa. Fra qualche giorno ritornerò a Napoli, crocevia, luogo di incontro e di confluenza di culture diverse, di Persone, sensibilità e "anime" che praticano la forza e il dinamismo che nasce dall'unione delle diversità. Cercherò di condividere e importare le "Buone Pratiche", e chissà, forse un giorno non lontano, potremo anche noi, riparando, innestando, seminando e mescolando, fare della nostra città un luogo di incontro e di confluenza di culture traendo da esse humus e nutrimento per rinnovarci senza dimenticarci.

Marco Danielon

Tutta Verona Patrimonio dell'Umanità!

RESTITUIAMO DIGNITA' COMUNITARIA AI QUARTIERI DIMENTICATI...

“Verona è una bella città. L’ho visitata: sono stato coinvolto dal suo splendore”.

“Siete fortunati voi Veronesi: vivete in una città affascinante e accogliente”.

Tutti noi Veronesi abbiamo ascoltato parole di questo tenore; parole che si riferiscono  al centro storico della città: all’interno dell’ansa dell’Adige e tra Porta Nuova e le Arche Scaligere, passando per piazza Bra, via Mazzini, piazza Erbe e Palazzi Scaligeri. Ogni glorificazione di Verona ci rende lieti. Molti di noi, però, desiderano che tutta la città sia bella, anche Veronetta, anche i quartieri fuori le mura, come Borgo Roma, Golosine, Santa Lucia, Borgo Milano, ponte Crencano, San Michele, Borgo Venezia, Borgo Santa Croce. Belli vorremmo che diventassero anche i centri periferici, come Palazzina, Cadidavid, Rizza, Fenilon, San Massimo, Chievo, Basson, i paesi della Valpantena e della Val Squaranto.

La questione è subito posta: ci rassegniamo a una città dai due volti:

° un centro molto bello, che l’Unesco ha dichiarato, nel suo complesso, “patrimonio dell’umanità”;

° i quartieri della vita quotidiana, spesso somiglianti a uno squallido dormitorio, senza fascino, nei quali camminiamo frettolosi e ci muoviamo distratti, senza nulla da visitare e da godere;

° oppure si cambia? Ma come?

L’aspirazione a una Verona tutta bella è di molti. Lo dimostrano i programmi dei candidati sindaco nelle recenti elezioni comunali: il benessere nei quartieri è al centro di tutti i programmi presentati. Poi ci si ferma lì, incapaci di vedere come rendere concrete le visioni e le scelte politiche.

Una domanda ai lettori: che ne dite se ci proponiamo di mettere in moto le nostre capacità, la nostra intelligenza, il nostro cuore, la nostra visione di bellezza e di umanità per reinventare i nostri quartieri periferici e i centri che circondano la città, con l’obiettivo che diventino accoglienti luoghi di vita, nei quali i buoni rapporti tra residenti diventano la normalità?

Il processo richiede pazienza e determinazione, sapendo che occorrerà molto tempo per arrivare alla nuova città, tutta bella, affascinante e coinvolgente.                                                    

Alcuni di noi propongono due percorsi, sulla base di due slogan:

° in ogni Circoscrizione una piazza Bra e una via Mazzini;

° 20 piazze da riqualificare e da trasformare come luoghi di riferimento da vivere insieme, come concittadini che riprendono a essere popolo, il più possibile in festa.

Proviamo? Si tratta di dare forma a questi due obiettivi o di proporne altri. Negli scorsi due anni alcuni di noi hanno elaborato alcune proposte. Ve le proporremo in prossimi articoli, chiedendo il contributo di molti.

Tito Brunelli

Ma fate Politica?

IL NOSTRO RAPPORTO CON LA POLITICA IN DIECI DOMANDE

Azione Comunitaria fa Politica?

Azione Comunitaria si occupa di Politica, nel senso più alto del termine.

E in cosa consiste la Politica?

E’ la ricerca collettiva del Bene Comune, la promozione della Giustizia, dei Diritti, la Denuncia della corruzione e della violazione della Dignità Umana.

Che compito ha?

Ha il compito di precisare i valori fondamentali di tutta la Comunità, la sua concordia interna con la sua sicurezza esterna, conciliando l’uguaglianza con la libertà, l’autorità pubblica con la legittima autonomia e la partecipazione delle persone e dei gruppi alle decisioni di interesse collettivo.

E’ un partito?

No, è transpartitica, nel senso che vi aderiscono persone di vario orientamento, o iscritti a diversi partiti, che si ritrovano sulla necessità di una riforma della Politica, sul piano della Trasparenza, del ruolo di controllo e Proposta dei cittadini e sulla necessità di re-inserire il concetto di Comunità al centro del panorama sociale.

Si presenta alle elezioni?

Il nostro orizzonte sono le elezioni amministrative del 2022 e ci sono due possibilità: la prima è che, finalmente, i partiti si accorgano che non sono fortini di sottopotere de presidiare e, sui temi di cui ci stiamo occupando, aprano una finestra di dialogo serio, senza pretese di egemonia. In questo caso gli iscritti di Azione Comunitaria che lo desidereranno saranno presenti nelle varie liste, incarnando una sorta di doppia appartenenza. Se le cose proseguissero come ora, con una politica locale orientata alle baruffe, incatenata a ideologie morte e sepolte o alle personalità egemoni, non è escluso che Azione Comunitaria si presenti in quanto tale.

Democrazia diretta, partecipativa o rappresentativa?

Partecipativa, non vi è dubbio, e nel nostro dibattito abbiamo già delineato alcune modalità coinvolgenti che aiutino ad assumere decisioni assennate. E poi... noi incontriamo le Persone, non i click!

Quali sono i valori che la qualificano?

Partecipazione e Parità di genere, recupero del rapporto con il Territorio fisico e la Comunità sociale, l’Economia Circolare, intesa come la redistribuzione contrapposta all’accumulo.

Uno slogan?

"Riparare il Mondo".

E la pace?

La Pace si costruisce giorno per giorno, sui fatti. Se tutti/e possedessero Terra, Casa e Lavoro sarebbe più a portata di mano.

Perché dovremmo aderire?

Perché da soli fa fatica a costruire, perché è bello incontrarsi per parlare di Politica senza l’ansia da prestazione elettorale e perché, attraverso la pratica dell'ascolto reciproco, si trovano sintesi migliori rispetto ai nostri singoli punti di vista.

Non siamo isole, condividiamo le nostre azioni!

  • Scritto da mauro

Terra Casa e Lavoro

Si fa presto a dire Comunità, è una parola usata ed abusata, ma se vi è un’entità in crisi, specialmente nelle città medio-grandi, è proprio la rete di relazioni forti, di mutuo aiuto, di ascolto, di credito e reciproco riconoscimento che evoca questo nome.

Siamo circondati da una narrazione che ci isola nell’illusione dell’autosufficienza grazie all’acquisto di ciò che ci può servire per il “benavere”; ma per il benessere, che comporta l’accettazione della propria dimensione “metafisica” o spirituale, a prescindere dagli aspetti religiosi, e tiene conto delle proprie fragilità è in corso una sorta di eclissi sociale.

Ma che cos’è questa benedetta Comunità? E’ relazioni e territorio insieme, ora et labora, è il luogo dove le persone ti riconoscono per strada, ti sorridono e ti dicono “bentornato/a”. Noi siamo tutt'uno/a con la nostra fisicità, le nostre storie e l'ambiente che ci circonda e ci sostiene. Il punto è che, con il liberismo economico, la globalizzazione e la rivoluzione digitale abbiamo perso i punti cardinali, siamo ovunque e da nessuna parte nello stesso tempo, o forse, semplicemente, non ci siamo.

Eppure per noi è fondamentale parlare ed essere ascoltati/e, riconoscere ed essere riconosciuti/e, dare credito e riceverlo su un piano di parità e partecipazione.

Al concetto di Comunità, nel pensiero verde, si affianca quello di bioregione, ovvero del territorio fisico e sistema valoriale che sono in grado di sostenerla.

Desideriamo elencarne alcuni elementi fondamentali:

1) Prossimità: Godere di un intorno riconoscibile rispetto al posto dove si abita, dove gli approdi naturali, sociali, culturali siano a portata di piede o bicicletta e dove ciascuno/a si senta a casa propria.
2) Risorse Ambientali: Godere di un insieme di luoghi e di risorse (acqua, aria, terra, flora e fauna) condivise e gestite secondo modalità partecipative. In questi posti tutti si riconoscono come cittadini co-responsabili della sopravvivenza di ciò che di vitale li circonda.
3) Energia: In un’ottica di energia distribuita una Comunità Sociale può possedere le proprie fonti di energia rinnovabile. E se qualcuno pensa si tratti di utopie possiamo ricordare le prime centrali idroelettriche della montagna italiana di cui i soci fondatori furono i cittadini medesimi (oggi potrebbe trattarsi di un campo solare o eolico).
4) Lavoro: Le occupazioni sono sempre più distanti, discontinue, pesanti. E’ urgente scovare modalità che, pur nella presa d’atto della frammentazione delle attività dettate dalla globalizzazione, consentano alle persone di tornare a lavorare vicino a casa propria: e ci riferiamo al co-housing, allo smart-working, alle fabbriche integrali (che possiedono cioè la completezza del ciclo produttivo, dal bottone alla camicia).
5) Comunicazione: la Comunità sociale deve gestire proprie fonti di comunicazione indipendenti. Con l’avvento della rete questa possibilità si è resa esponenziale, tutto sta a saperla usare: la Rete ora come ora divide, ma la Rete, se lo si desideriamo, unisce! 
6) Luoghi di aggregazione: prima di tutto la piazza pedonalizzata, focus che sancisce la soggettività del quartiere, poi le Sale Multifunzionali, i Pub, i Cinema… e poi  nessun luogo pubblico deve venire "privatizzato" da una singola associazione, consentendone l'accesso e la partecipazione solo ai "loro".
7) Giacimenti narrativi: Tutte le storie sono importanti, quelle che provengono dal passato e quelle che guardano al futuro. Esse costituiscono un “immaginario collettivo” nel quale l’intera Comunità si riconosce.
8) Luoghi dedicati alla riflessione: Al culto per chi ci crede e al silenzio: non parliamo solo di chiese, moschee o altro, ma di aree dove si possa fermarsi ad ascoltare, senza sghignazzi e schiamazzi. Potremmo definirle zone “di rispetto”.
9) Mercato Comune: si deve mantenere una rete di negozi di comunità, affratellati tra loro da un patrimonio che nessuna vendita per corrispondenza potrà intaccare, quella dell’umanità e delle buone relazioni. Per affrontare una sfida che pare persa in partenza con la grande distribuzione e la vendita online occorre immaginare una sorta di mercato comune, o supermercato diffuso, supportati da una moneta complementare che consenta sconti importanti e crediti esigibili.
10) Governance condivisa: E' necessario mettere in atto prassi democratiche che consentano di decidere il futuro in comune. Tutto ciò realizzato nella partecipazione e nell’ascolto da parte dei cittadini e grazie alla competenza di coloro che si assumono l’onere della rappresentanza. 


Per quanto riguarda i diritti/doveri iirrinunciabili:

01) Accesso alla Salute: Con l’avvento dei superticket e dato l’alto costo dei medicinali una parte della popolazione non accede più né alle cure, né alla prevenzione.
02) Accesso all’ìstruzione: Non facciamo riferimento solo alle scuole, ma in generale ad un’alfabetizzazione “popolare” che travalichi la lettura di un semplice contratto, la visione di una serie televisiva o di una partita di pallone.
03) Accesso alla Casa: Tutti devono avere un tetto dignitoso sopra la testa.


Semplificando: Senza Terra, Casa e Lavoro, nessuna Comunità sopravvive, nessuna vita si può dire praticabile.

Infine evidenziamo un fattore chiave:

Occorre che tutto questo intreccio sia sostenuto dal credito, inteso nelle sue varie accezioni, sia dal punto di vista relazionale, sia da quello economico. Se nessuno concede più un po' di tempo o di fiducia a nessun altro/a, se la transazione deve essere sempre immediata o ricattatoria, non può crescere nulla di buono in quel posto. 

Perchè dare credito, oltre che riceverne, è un atto d'amore.

Tutti gli Spazi sono importanti

Nelle periferie delle nostre città appare sempre più evidente che il territorio ha perso la sua naturale funzione di "sostenitore" di Comunità. Un posto su cui poggiare i piedi c’è perché c’è, ma tutto è stato costruito per “contenere”, senza criterio, braccia per il lavoro (una volta) o servizi di dubbia utilità sociale (oggi) come i centri commerciali, gli inceneritori, le fabbriche più inquinanti.

I mezzi di comunicazione giocano un ruolo fondamentale, al fine di estraniare il popolo dalla propria geo-localizzazione. Abbiamo l’illusione di vivere in un unico villaggio globale che, dai nostri schermi bidimensionali, siano essi appartenenti a un cinema, una televisione, un desktop un tablet o uno smartphone, ci consegnano una narrazione sostanzialmente unica del mondo, la cui completezza formale dipende dall’entità del prezzo dell’abbonamento sottoscritto.

La prima riconquista da mettere in atto è quella della multidimensionalità e biodiversità degli oggetti, dei soggetti, delle persone e dei luoghi che possiedono ciascuno/a una serie di importanti attributi, fisici e metafisici che li rendono unici: percorsi, storie, odori, sapori, credenze che il digitale, ad oggi, è in grado solo di simulare, ma non di riprodurre.

Avere ridotto la percezione del mondo dentro una realtà “semplificata” e allontanato le persone fra loro attraverso, ad esempio, lo strumento dei social, ha reso anche il linguaggio estremamente povero, specialmente nelle sfumature, anche poetiche, che lo rendono articolato, nelle espressioni del volto, nel linguaggio del corpo, nelle inflessioni…

E già, perché noi siamo “fisici” e mortali e questo nessuna narrazione potrà impedirlo.

Una volta prendevano il fatto con più filosofia: si muore e questo fa parte della vita... 

Nel mondo perfetto delle serie televisive invece, l’eroe supera prove estreme (pensate a James Bond) rimanendo pressoché illeso, nella realtà si può perdere la vita per un mattone che si stacca da una chiesa dopo cinquecento anni di onorato servizio. Ammettere la nostra vulnerabilità significa anche prendere atto del nostro bisogno, della nostra voglia, di Comunità.

Il primo compito di Azione Comunitaria è quello di cogliere il valore che gli spazi possono contenere, anche un sordido parcheggio è almeno tridimensionale: ha avuto una storia, e avrebbe un’anima e una vocazione, magari inespressa. E ci riferiamo specialmente agli spazi marginali, dove urbanistica da delinquenti comuni, migrazioni non pianificate, economia di rapina hanno reso ogni-dove un "blob" indistinguibile che si impasta con un inquinamento senza precedenti, degrado frutto di responsabilità collettive, cinismo diffuso.

Il secondo compito dell’Associazione è rivendicare la biodiversità non solo ambientale, ma anche nei risvolti umanistici che i territori possiedono e identificare per le nostre terre/luoghi/manufatti il loro posto, unico, nel mondo. Intendiamo favorire e pianificare una gestione armonica delle aree, che in equilibrio con la morfologia locale sia in grado di sostenere la presenza degli esseri umani.

Il terzo compito dell’Associazione è mantenere in sintonia tutti i luoghi che rispondono ad una serie di attributi/valori condivisi, utili per i cittadini e per l’ambiente, ad esempio:

° Morfologia del Territorio
° Storia pregressa
° Vocazione Antropica
° Sostentamento Comunitario
° Aggregazione Comunitaria
° Contesto bioregionale
° Valore espressivo

A questo punto la rete, il Web può divenire non più elemento di separazione ma fattore di armonizzazione, una sorta di onda sonora che accompagna, in una comune armonia, luoghi e persone tra loro fisicamente distanti, ma eticamente vicini. Il fenomeno si può comprendere pensando ai giovani contadini che occupano terre incolte, coltivando contemporaneamente fazzoletti in diversi luoghi della provincia, contemporaneamente.

La geolocalizzazione è diversa, ma il progetto rimane unico.

Se vogliamo sognare, ci si può richiamare ad una trilogia fantascientifica, il “Ciclo di Virga”, di Karl Schroeder, dove le “nazioni” non sono territori contigui, ma tridimensionali, divisi da uno spazio mai completamente vuoto e bolle di aria e di acqua, tenuti insieme da una sorta di “sintonia” gravitazionale.

Di fronte alla sfida della società “liquida” e imperiale, la risposta non può essere che altrettanto liquida e immaginifica, ripensando il nostro mondo alla luce delle innovazioni tecnologiche pregresse e di quelle che verranno, impressionanti, che hanno sempre cambiato il corso della storia dell’Umanità (l’invenzione della stampa, la rivoluzione industriale, l’avvento dell’era digitale, la robotica…).

Noi cominciamo dal piccolo, sapendo che in ogni modesta parte del mondo, dentro e fuori di noi, c’è qualcosa di immensamente complesso e, per questo, luminoso e sorprendente.

Per questo ci apprestiamo ad “adottare” dei luoghi "perduti", più o meno importanti, più o meno marginali, che inteferiscono nella vita delle Comunità o che esse hanno smarrito nella memoria, per restituire loro dignità e umanità.

E' quel che si tenta di fare: "Riparare il Mondo".

Cosa c'è dietro?

Si vede dal numero delle visite che questa cosa vi incuriosisce, anche se non ci conosciamo. Gli invitati alla festa non sono venuti, ma la festa, grazie a Voi, si farà lo stesso.

Qualcun*, tra i garantiti della Terra, si chiede cosa ci sia dietro questa nascente esperienza e allora è giusto rispondere: una cultura che mai come oggi richiede attenzione, quella della Comunità, che Adriano Olivetti riteneva: territorialmente definita, vivibile, né troppo grande né troppo piccola, dove è possibile stabilire contatti diretti tra le persone e l’ambiente, che a tutte le attività umane fornisce efficienza e, soprattutto, “rispetto della persona”, “della cultura e dell’arte che la civiltà dell’uomo ha realizzato nei suoi luoghi migliori”.

Perchè dev’esserci sempre qualcosa dietro, un fine utilitaristico? Una volontà egemonica? Più semplicemente si tratta di un approdo filosofico e umano per chi si è sempre opposto al liberismo disumanizzante e al settarismo di matrice collettivista, così presente anche nel centro-sinistra veronese, magari sotto menti(tissime) spoglie.

Olivetti diceva bene: “Non dovete confondere il comunitarismo con il comunismo. Tra queste due visioni del mondo e della politica, nonostante l’apparente affinità semantica insita nel termine comune, c’è un abisso”.

 

Perchè ci inquietiamo?

Il punto è che Verona non è più immobile, e non lo è perché a seguito del progressivo ritiro del welfare e di una mutazione genetica dell’assetto socio-economico della città (la delocalizzazione del manifatturiero, le fusioni bancarie, l’immigrazione, la precarietà diffusa) non ci sono più risorse per “tener buoni” tutti quanti.

Chi è colt* e non ha una prospettiva, chi ha capito di essere stato fregat* fin dall’inizio, chi non vuol affiliarsi a una banda, chi non riceverà mai un fido bancario perchè non ha un "garante" o non si presta a ballare al ritmo dei locali pifferai di Hamelin; bene, costoro desiderano, imperativamente, un futuro diverso.

Ecco che emerge, si rende visibile, un quinto stato di precar**, autonom*, free-lance che non si fidano di nessuno e tra loro c’è chi è abbastanza furb* da non incattivirsi nell’arena dello sfogatoio politico che o’sistema gli ha messo a disposizione: il social network o il "sacro blog".

Il 12 giugno, la data del primo turno alle recenti elezioni amministrative a Verona, o’sistema ha fallito. Non doveva andare così, tutto era stato accuratamente predisposto, ma non la conoscenza del territorio, le periferie in particolare, non un minimo di umiltà nella lettura dei fenomeni sociali più innovativi.

Le cartine politiche non possono essere vecchie di trent’anni alla vigilia della competizione elettorale, perché altrimenti le battaglie si perdono. E di guerra si deve parlare, perchè il terreno di confronto è diventato un'arena polverosa, dove si danno e si prendono mazzate. Una specie di calcio fiorentino, ma senza una palla da inseguire...

Per superare questa specie di gazzarra lavoreremo insieme, non per presentarci alle elezioni, ma creando le condizioni affinchè alle elezioni si presenti qualcosa di presentabile. C'è bisogno infatti di una zona neutra, dove ognuno cerchi di non mettere in dubbio o offendere valori fondanti per l'altro, ma sia a disposizione per "fare ciò che si deve, accada quello che può".

E spiace che molt* amic** cattolici siano così distratti. D'altra parte ess* trascorrono molto tempo tra una riunione solidale e l’altra, un approfondimento teologico e una raccolta fondi a fini di pietà; buone cose per carità, ma che mutano segno in assenza della speranza di una riparazione, o nella convinzione che “tanto il mondo non si cambia”. Se l'ingiustizia rimane ingiustizia, a che serve agitarsi tanto?

Abbiamo una diversa interpretazione?

Se si aderisce ad una religione nata intorno a Uno che si fa ammazzare in nome di una incondizionata fiducia nell’umanità, sfidando un impero e una casta di sacerdoti-padroni, Uno che cambia il corso della storia, come è possibile affermare, operando in nome Suo, nel presente: “d’altra parte è così”. Ci si preoccupa dei danni collaterali e non di coloro che li provocano con la massima impunità. Nessuno immagina un mondo perfetto, ma un po’ più equilibrato, sì.

C’è una bella poesia di Alekos Panagulis:

Non piangere per me
sappi che muoio
non puoi aiutarmi
Ma guarda quel fiore
quello che appassisce, ti dico
Annaffialo.

Ecco, se qualcosa dev'esserci dietro Azione Comunitaria, allora è nascosto sotto a quel fiore...

Il rito delle Nomine comunali

Per la maggior parte dei politici, una volta stabiliti i rapporti di forza con le elezioni, è automatico collocare persone di riferimento, e di stretta osservanza, negli enti partecipati o governati dal Comune.

Sappiamo che essi ritengono queste aziende ed istituti di loro competenza, per non dire proprietà, ma le cose non stanno così, in quanto utenti e cittadini abbiamo il diritto/dovere di occuparcene.

Ovviamente tutte le forze politiche diranno che si tratta delle “persone giuste al posto giusto”, in realtà questo non lo possiamo sapere, non ci sono elementi sufficienti di trasparenza per capirlo e non si è mai radicata una cultura diffusa che richieda competenza specifica negli svariati settori di gestione para/politici.

A dire la verità, anche i fustigatori dei costumi, sinistra inclusa, in questo frangente, non è che abbiano attivato processi virtuosi per l’individuazione dei candidati. Una bella mattina sono venuti fuori dei nomi e chi si è visto si è visto.

Bisogna fidarsi, ci dicono, ma questa canzone è passata di moda o il disco si è rotto. Non l'ascoltiamo più.

Ci sono enti, AGSM per esempio, che si occupano di settori complessi, come quello dell’energia, e richiedono specifiche competenze manageriali. Ogni azienda che opera sul mercato ha le sue particolarità, e richiede un enorme background alle spalle, non basta essere un principe del foro, ad esempio, per comprendere la logistica dell’energia.

Il punto è: se il cittadino nota che i servizi sono insufficienti, o viene vessato da interminabili attese telefoniche o da una burocrazia elefantiaca che si sblocca solo se la persona giusta parla con la persona giusta, egli/ella ha qualche strumento per difendersi e per ottenere ciò che invece sarebbe naturale?

Deve rivolgersi al politico amico, sperando poi che sia veramente amico degli amici? All’ufficio reclami? Oppure si devono trovare forme di condivisione dei problemi e l'individuazione di forme di pressione e/o soluzioni che prescindano dall’appartenenza politica?

E quando questi enti sponsorizzano squadre sportive, feste di paese, la costruzione del campanile e chi più ne ha più ne metta, a quale logica di mercato rispondono, visto che i soldi sono anche i nostri?

Ecco, vegliare su questo significa operare cittadinanza attiva, la cosa di cui ci occupiamo.

Ci sono diverse persone immusonite per quello che stiamo costruendo, non lo capiscono o temono, come le marmotte, che finalmente succeda qualcosa. Stiano serene, cerchiamo di rendere problemi o opportunità che oggi si incastrano nel privato, delle istanze collettive.

L’unione fa la forza. Non è poi così difficile capirlo.

L'ostacolo consiste nel fatto che abbiamo disimparato ad aiutarci, convinti che ciascuno potesse “comprarsi” la soluzione da sé.

Le cose non stanno così, almeno per i “generici della Terra”, ci hanno ingannato a lungo e ce ne siamo finalmente accorti.

La novità consiste nel fatto che abbiamo deciso di non tenercelo più per noi...