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Relazioni

Oltre la solitudine

La solitudine, come patologia sociale, non va sottovalutata. Si tratta di uno stato d’animo? Certamente, ma ha grandi ricadute anche sul fisico, sul morale delle persone, sul livello di qualità della vita di intere Comunità.

In genere quando si affronta questo argomento nella pubblicistica ci si riferisce all’anziano senza figli, o i cui figli sono altrove, che si rinchiude nel suo appartamento fino a consumarsi nell’inedia, o al ragazzino vittima dei bulli che sceglie di isolarsi fabbricandosi un mondo On Line…

Ma la solitudine ai nostri tempi e nella nostra città, per chi la vive, è molto di più, è una condizione collettiva che ci consuma, che ci pone in uno stato di agitazione perché ci sentiamo insicuri, minacciati da mille pericoli reali o ipotetici senza che nessuno possa venirci in aiuto “a gratis”.

D’altra parte, perché i mega-centri commerciali sono sempre pieni zeppi nelle giornate di festa? Possibile che le persone non abbiano null’altro da fare o nessuno da incontrare anzichè vagare avanti e indietro affacciandosi a vetrine stipate di materiale superfluo, appeso ad una narrazione chiamata “marchio”, magari prodotto in condizioni  di lavoro inaccettabili (si pensi a certi settori del tessile)?

Ci troviamo di fronte a quattro grandi crisi di appartenenza: territoriale, relazionale, economica e politica:

Molti di noi, specialmente chi vive nelle periferie delle città, hanno perso quasi totalmente il riferimento al “luogo” fisico in cui (soprav)vivono. Mancano dei veri e propri punti di riferimento “ecologici” come il fiume, la montagna, il bosco, il sentiero. E anche l’orto in città, quando c’è, ha una funzione transativa (produrre qualcosa) più che di immersione in una dimensione vitale che ci costringa a confrontarci, o meglio a immergerci, nel Pianeta che ci ospita.

Poi c’è un allarme affettivo. Il familismo veneto, che ha retto per secoli, mostra la corda. Le relazioni sono spesso “a tempo”, moltissime le coppie spezzate e il credito reciproco, in termini di umanità, è ridotto a zero o per meglio dire a zero, zero, zero come nel titolo del libro di Roberto Saviano che parla della cocaina, ma anche della “filosofia dell’infelicità”. Impressionante il consumo di droga nelle nostre contrade e la scarsa attenzione che i media locali dedicano al fenomeno delle narcomafie e a chi lo alimenta.

I luoghi di lavoro dove “sentirsi parte” (le fabbriche di una volta), a meno che non te ne costruisci uno con spudorato sprezzo del pericolo, sono sempre meno. Molto più facile, specialmente se sei giovane, essere sbatacchiat* da un progetto all’altro, tra un segmento e un altro di attività, senza mai capire fino in fondo a quale processo stai partecipando, di quale puzzle sei diventato la tessera.

I corpi intermedi (partiti, sindacati, movimenti) che hanno rappresentato un approdo, anche per l’innovazione sociale, fin dal primo dopoguerra si sono disgregati e polverizzati e l’impressione è quella di una continua lotta per il potere. Assistiamo a troppi personalismi, ripicche, risentimenti e al proliferare di forze politiche che nascono e muoiono nello spazio di una legislatura...

Il perché probabilmente risiede nella globalizzazione che trova la sua massima espressione nell’evoluzione tecnologica e digitale, nella finanziarizzazione dei mercati, nelle grandi migrazioni e nel trionfo di un’ideologia totalizzante che ha rassicurato tutti sul fatto di possedere il biglietto vincente della lotteria per poter diventare autosufficienti, fino a quando non è venuto il giorno dell’estrazione…

Su questa occasione di sofferenza, la solitudine, noi vorremmo lavorare nel piccolo, in "riparazione", creando delle “zone franche” dall’esigenza del ritorno immediato di ogni nostro gesto, incoraggiando l’accettazione reciproca e valorizzando un diritto di cittadinanza incardinato né sul sangue, né sul luogo di nascita, ma sul livello e la qualità della partecipazione nella cura del bene comune.

Ci piacerebbe intessere una rete di relazioni basata sul credito, morale e materiale, a lunga scadenza, su una economia circolare e di condivisione, su una serie di gesti di “miglioramento” rispetto al territorio che ci circonda e perchè no, sul sorriso...

E saremo concreti. Diamoci un po’ di fiducia e vedremo muoversi qualcosa.

C’è chi ripete, come in una cantilena: “Verona ai Veronesi”, la definizione di chi siano in realtà “i veronesi” porterebbe a discussioni infinite, ma noi ci limitiamo ad un più sereno: “Verona a chi se la merita”.

E tutt*, nessun* esclus*, possono partecipare al concorso!